PERDONATEMI.
Purtoppo, come sapete, sono costretta lontana dal backstage del blog a causa della preparazione per l'esame di maturità. Abbiate PAZIENZA, vi prego, e FIDUCIA che tornerò appena possibile a pubblicare APPROFONDIMENTI CURATI E INTERESSANTI. Il nostro salottino riaprirà i battenti ufficialmente intorno alla prima metà di Luglio, con moltissime novità.
Ma nel frattempo CONTINUATE AD ESSERE OSPITI DEL NOSTRO SALOTTINO!
Ho previsto un programma di ripubblicazione di articoli già apparsi su questo blog nei primi tempi di apertura del salottino, per rispolverare insieme curiosità e approfondimenti storico-letterari di cui non parliamo da un po'.

SIETE IMPORTANTI PER NOI E VI VOGLIAMO BENE!

A PRESTO

15 maggio 2013

Repetitio #2 - Sir Charles Grandison by Jane Austen


Per la rubrica forzata "Repetitio" vi ripropongo questo post pubblicato mesi fa su questo stesso blog. Oggetto: la cara zia Jane.

Allora i giornali servono ancora a qualcosa, allora non sono del tutto sorpassati dal mondo virtuale del web. Sono tutto sommato felice che la carta stampata e soprattutto l'informazione su carta stampata riesca, anche se faticosamente, ad essere interessante e non sempre in secondo piano rispetto a Internet.
Tutta questa introduzione perché il post di oggi nasce proprio da un ritaglio di giornale che è stato trovato, e poi passatomi, dal mio caro zio...che a differenza di me è bravo e legge i giornali tutti i giorni.
Titolo dell'articolo: "Diteci se questa è una commedia di Jane Austen". Vorrei proprio saperlo in effetti.
Ci siamo riferendo ad un manoscritto trovato intorno al 1980, e pubblicato ora in italiano dagli Editori Riuniti, che si chiama proprio "Jane Austen's Sir Charles Grandison". E' una commedia teatrale " piena di grazia, ironia, allusione, arguzia e gusto" parodia del romanzo "The History of Sir Charles Grandison" di Samuel Richardson.
L'articolo riferiva che si è certi dell'autenticità del manoscritto: dalla filigrana dei fogli e da alcune citazioni si è concordi nell'affermare che sia stato scritto nel 1800. Da chi tuttavia è ancora una domanda senza risposta.
C'è chi sostiene, come affermato dalla nipote di Fanny Lefroy, che effettivamente questa commedia sia stata dettata a Jane dalla nipote Anne ( madre di Fanny ) quando aveva circa l'età di dieci anni.
C'è invece chi non è d'accordo con questa versione, e dice che sia opera di Jane stessa, probabilmente ancora molto giovane, e questo spiegherebbe il perché nonostante siano presenti le caratteristiche più sopra citate in corsivo proprie della scrittura della cara zia Jane, manchi un po' della grandezza e della universalità delle sue opere principali.
Non posso naturalmente esprimermi, dal momento che non ho ancora letto il libro ( che provvederò immediatamente a comprare in libreria appena disponibile ) tuttavia da quanto viene detto credo sia poco plausibile pensare che sia opera di una bambina di meno di dieci anni che oltretutto non era un genio letterario come la zia.
E' più ragionevole credere che sia parte della Juvenilia di Jane, nella quale si avverte lo stile e un abbozzo della scrittura della zia ma che ancora manca di molte caratteristiche, anche dovute all'esperienza personale, che l'hanno poi resa Sublime e Universale. Vi lascio con la descrizione che ne fa l'articoletto in conclusione.
" A quel romanzo ( Sir Charles Grandison ) la commedia fa il verso in tono comico, proprio per ridere. Non solo taglia in versione bonsai un testo-fiume, con a tema il ratto della vergine e il matrimonio, ma sovverte ogni gerarchia mettendo al centro dell'azione brevissima un'eroina ribelle sia allo stupro, sia al matrimonio - indifferentemente. La comicità della pièce confermerebbe come la vena parodica sia essenziale alla lingua austeniana. Sì, Jane Austen è settecentesca, è illuminista, anche un po' romantica. Non è certo vittoriana. "


 Voglio sapere le vostre opinioni, e spero che lo comprerete in tantissime. Più zia Jane entra nelle case, meglio è per chi la legge. Ogni volta che leggo qualcosa di suo, persino le lettere, mi commuovo ( io che in genere ho difficoltà nell'esternazione dei sentimenti ) e mi stupisco di come una donna di campagna di secoli fa sia stata così intelligente, arguta, osservatrice, capace, piena di talento e di sensibilitò umana da descrivere realisticamente la realtà della vita ( di allora come di oggi ) riuscendo anche a renderla interessante e appassionante letterariamente. Era un genio, non c'è altra spiegazione.

Con affetto, 
Irene

08 maggio 2013

Maria Leszczynska di Francia - di Lorenzo Mastori


New entry e nuove collaborazioni nel nostro salottino virtuale!
Come ormai vi ho detto fino allo sfinimento, vostro e mio, in questo mese riesco appena a trovare il tempo per fare le normali attività quali...che so...mangiare, dormire e una doccia ogni tanto. Esame maledetto!
E' giunta quindi come una benedizione, ben accetta non solo per la tempestività ma soprattutto per la qualità stessa, la richiesta di Lorenzo per pubblicare questo suo articolo sul nostro Cipria e Merletti.
Sono certa che voi lettori troverete interessante l'approfondimento di Lorenzo tanto quanto l'ho trovato io, che pur conoscevo questo personaggio storico.
Vi lascio all'articolo così come mi è stato inviato, se non per l'aggiunta di qualche immagine.
Grazie mille a Lorenzo Mastori, della cui collaborazione sono davvero grata e onorata.

Un modo del tutto singolare di studiare la vita di corte del ‘700 in Francia è quello di passare in
rassegna le donne che hanno accompagnato i vari Re Luigi nel corso dei loro anni di regime.
E seguendo questo metodo, si possono scoprire molti aneddoti divertenti. Per esempio, tutti
conoscono la celebre frase di Maria Antonietta con la quale si è rivolta al popolo, in rivolta per la
mancanza di pane:

“ Se non hanno pane, che mangino brioches!”

(S'ils n'ont plus de pain, qu'ils mangent de la brioche in francese)

Prima dell’”Austriaca”, così infatti veniva soprannominata la moglie di Luigi XVI, non si può non
imbattersi in Maria Leszczynska, una regina che forse la storia non ricorda così assiduamente come
Maria Antonietta ma che ha sicuramente qualcosa da raccontare.

Maria Leszczynska era figlia di Stanislao Leszczyński e di sua moglie Caterina Opalińska. Fu
scelta tra novantanove pretendenti per prendere in sposo il giovane re francese Luigi XV. La
sfortunata carriera politica del padre Stanislao I Leszczyński le fruttò, infatti, l’ingresso alla corte di
Francia e il conseguente fidanzamento. Il matrimonio fu celebrato per procura a Salisburgo, il 15
agosto 1725; Luigi XV mandò il cugino Luois Le Pieux a rappresentarlo e l’incontro effettivo con la
nuova regina di Francia avvenne solo una decina di giorni dopo. Maria Leszczynska divenne così
Marie Leczinska.

Inizialmente il matrimonio andò a gonfie vele. Marie diede sopportò ben dieci gravidanze, anche
quando il re sembrava rivolgere la propria attenzione ad altre donne che vivevano a corte. Rispettò
il volere del marito anche quando questo decise di escluderla completamente dalla vita politica.
L’unica formalità che le concedeva era rappresentarlo durante le cerimonie a Versailles alle quali
non poteva partecipare in prima persona a causa dei suoi innumerevoli impegni.

Il matrimonio finì solo nel 1738 quando Marie rifiutò di trascorrere la notte insieme al re. Dopo un
aborto spontaneo, infatti, i medici le avevano sconsigliato per qualche tempo di avere rapporti
con il marito per evitare complicazioni. Marie, però, decise di tenere all’oscuro il marito di quanto
successo e quando Luigi si presentò alla sua porta una notte, lei non gli aprì. Lui si offese a morte
e da quel momento iniziarono gli incontri amorosi con altre donne, tra le quali la più famosa fu la
marchesa di Pompadour.

Marie visse per molti anni in un clima disteso con la marchesa tanto da affermare:
“Visto che deve essercene una, tanto vale che sia lei”.

Forse per noia, quindi, o per non pensare alle scappatelle romantiche del marito, Marie dedicava
molto del suo tempo al gioco d’azzardo. Ai quei tempi non esisteva ancora il poker, ma una sua
versione settecentesca era diventata il passatempo preferito della Regina: il gioco delle cavagnole,
detto anche Biribì. Questo gioco venne soprannominato “gioco dell’oca” e possiamo considerarlo
un mix della nostra roulette e della nostra tombola. I giocatori, infatti, avevano a disposizione un
tavolo con delle caselle sulle quali puntare. Ad ogni casella veniva abbinata una palla con un
numero e una figura. I giocatori estraevano a turno una palla e chi aveva puntato su quella casella
vinceva la posta in gioco. Marie era solita sperperare molto denaro in questo gioco nonostante la
riluttanza del padre e del marito a pagare i suoi debiti.

Si dedicò però anche all’arte e alla musica, rendendo Versailles sede di spettacoli e concerti e intrattenendo a corte molti uomini illustri dell’epoca come Voltaire e Mozart.

Morì nel 1768 a Versailles; fu sepolta nella Basilica di Saint Denis insieme a tutte le altre regine di
Francia ma il suo cuore fu spedito a Nancy dove si ergeva il mausoleo dedicato al padre.

Grazie ancora a Lorenzo Mastori per la collaborazione e per il buon approfondimento.

Con affetto,
Irene

04 maggio 2013

Repetitio: Il semi-sconosciuto Scriblerus Club

Questo club venne fondato nel 1712 da un gruppo di letterati/scrittori inglesi, irlandesi e scozzesi (già un miracolo dal momento che da sempre le tre regioni non sono proprio in rapporti di intensa amicizia). Potremmo paragonarlo alla Lunar Society nata a Birmingham poco dopo, nella seconda metà del XVIII secolo (sulla quale potete trovare delle informazioni QUI).
I membri dello Scriblerus Club infatti erano amici e compagni di cultura, come li chiamo io, che durante i loro incontri informali e amichevoli si dedicavano alla satira, prendendo particolarmente di mira gli eccessi e i comportamenti venali del loro tempo in contrapposizione con la dignitosa grandezza e il buonsenso degli antichi. Nei loro scritti, che influenzeranno poi le opere personali dei singoli membri, criticheranno la vanità,la falsità e la corruzione che soprattutto i nobili tentavano ipocritamente di mascherare proprio nel Settecento. "Le memorie di Martino Scriblero" è proprio una raccolta dei vari scritti che nacquero dagli incontri del gruppo. Il club poté riunirsi fisicamente per pochissimo tempo, e precisamente fino alla morte della Regina Anna nel 1714, a seguito della quale il paese fu assoggettato all'amministrazione di alcuni nemici dello Scriblerus Club, che cessò di ritrovarsi ma non si sciolse mantenendo i contatti per posta.
Jonathan Swift

MEMBRI

Jonathan Swift: scrittore irlandese considerato tra i maestri della satira inglese. Le sue opere più famose sono " I viaggi di Gulliver" che tutti conosciamo e che è evidentemente simbolico e satirico, e il paphlet "Una modesta proposta", il cui titolo completo è tutto un programma: " Una modesta proposta per impedire ai bambini dei poveri di essere un peso per i genitori e per il paese e far sì che siano utili all'interesse pubblico". Questo lavoro, scritto quando l'autore avrà lasciato materialmente il club, pur mantenendo i contatti via lettera, e sarà tornato nella nativa Dublino, esprime chiaramente il disprezzo per l'atteggiamento superiore dell'Inghilterra nei confronti dell'Irlanda proponendo che i bambini irlandesi dei poveri fossero usati come cibo per i ricchi inglesi, così da essere utili alla società, con tanto di ricette per cucinarli! Insieme a Robert Harley pubblicò la rivista "The Examiner" alla quale poi contribuirono altri membri del club.
Alexander Pope

Alexander Pope: uno dei maggiori poeti inglesi del XVIII secolo, conosciuto per la sua vena satirica e per le sue traduzioni delle opere di Omero, oltre che per le sue poesie. Nel 1711 pubblicò l'allora famoso "Saggio sulla Critica" nel quale giudicava la poesia in quanto genere letterario e i classici antichi sebbene con poca chiarezza, e nel quale creo il genere di poesia detto "Distico eroico".

John Arbuthnot
John Arbuthnot: medico e scrittore scozzese, molto amico dei primi due, e attivo sostenitore del partito dei Tories. Nella sua attività di scrittore satirico si dedicò principalmente alla satira politica e scientifica, sulla quale era l'unico del gruppo ad avere conoscenze. Era in casa sua che si svolsero buona parte degli incontri dello Scriblerus Club. Pare fosse una persona davvero divertente e intelligente, nonché modesta dal momento che fu alla base di molte delle più famose satire della sua epoca e che fu la fonte e il tramite di molti dei più brillanti scritti di un mezzo secolo di letteratura, ma fece di tutto per non ricevere il dovuto merito ( non si attribuì esplicitamente nessun'opera).

John Gay
John Gay: poeta e drammaturgo inglese, amico di lunga data di Swift e socio fondatore del club. Una delle sue opere più importanti è "L'opera del mendicante", un melodramma satirico nella quale prende di mira personaggi di spicco della società come Robert Walpole, politico inglese nominato Molto Onorabile Primo Conte di Orford, nonché primo Primo Ministro del Regno Unito.
Basta che vi citi l'epitaffio che riporta il suo monumento sepolcrale, scritto proprio da Gay:

Life is a jest, and all things show it,
I thought so once, and now I know it.

La vita è uno scherzo, e tutto lo mostra
l'ho pensato una volta, e ora lo so.


Con affetto,
Irene

17 aprile 2013

Riflessioni su Ungaretti, la bellezza della vita e gli orrori della disumanità

Spero che vorrete perdonarmi per questo post, forse non proprio conforme all'usuale indirizzo degli articoli pubblicati nel nostro salottino.
I nostri visitatori più assidui sapranno ormai che manca poco più di un mese alla mia attesa e temuta Maturità, quindi i tempi stringono e le ore di studio si dilatano paurosamente. Anche se questo mi addolora molto, non ne rimangono per le consuete ricerche da cui scaturiscono i miei post. Mi auguro, quindi, che apprezzerete lo stesso i miei sforzi e che avrete pazienza, ma non ci abbandonerete.
Questa sera vi riporto una produzione che ho fatto per scuola sulla base della lettura di più poesie del poeta quasi-italiano Giuseppe Ungaretti. Fatemi sapere se troverete le riflessioni interessanti, come spero.




Veglia
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita


Fratelli
Mariano il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli


San Martino del Carso
Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato


Mattina
Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917

M'illumino
d'immenso.


Soldati
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.


Eternità
Tra un fiore colto e l'altro donato
l'inesprimibile nulla.


C'era una volta
Bosco Cappuccio
Ha un declivio verde
Come una dolce
Poltrona

Appisolarmi là
Solo
In un caffè remoto
Con una luce fievole
Come questa
Di questa luna

In tutte le poesie di Ungaretti che ho avuto modo di leggere, ho ritrovato sempre gli stessi sentimenti, quelli più profondi dell'essere umano, straordinariamente vicini, anche se vissuti con intensità particolare, a quelli che ognuno di noi prova nella propria vita.
Questa è una delle grandezze di Ungaretti: che pur avendo vissuto esperienze che molti dei suoi lettori non possono neppure immaginare, pur scrivendo per esigenza personale e non con fine divulgativo, parla di amore, senso di infinito e immenso, sofferenza, debolezza, fragilità, fraternità e voglia di comunione con i propri simili; si pone domande ed esprime emozioni in cui tutti noi possiamo riconoscerci e trovare comprensione.
Se ci pensiamo bene, è davvero una capacità grandiosa da parte di un uomo dal suo passato estremamente difficile e segnante.
Egli inizia infatti a comporre le proprie poesie sul fronte italiano del Primo Conflitto Mondiale, in cui si è avvicinato e immerso spinto da sentimenti fortemente interventisti. Nonostante questo iniziale modo di vedere le cose, il mutamento, anzi capovolgimento di idee è quasi immediato quando vede la realtà della guerra come ce la presenta nelle sue poesie: non un'occasione di eroismo o esaltazione patriottica ma come evento tragico, inevitabile, che semina dolore abbattendosi e distruggendo ogni individuo ne sia inerme vittima, disumanizzandolo e stravolgendolo completamente quando lo lascia in vita.
Il poeta ci presenta, con il suo esprimersi diretto e toccante, la vita straziante del soldato di trincea, l'alienazione subita da uomini costretti a vivere costantemente accanto alla morte e in pericolo di morte, che possono risentire il profumo della libertà e della vita solo nel sogno, nell'immaginazione, nel ricordo di tempi passati perché le speranze sarebbero vano se riposte su un futuro che è appeso ad un filo, incerto come una foglia attaccata ad un ramo d'autunno.
La morte e la devastazione passano attraverso gli occhi di un soldato e arrivano alla sua anima più profonda, straziando il suo spirito e la sua personalità, cambiandolo tanto indelebilmente da renderlo per sempre diverso dagli altri, incompreso e incapace di comprendere.

Mi chiedo perché troppo spesso dimentichiamo tutta questa verità, che purtroppo anche oggi milioni di persone sono costretti a vivere sulla propria pelle, e ci facciamo condizionare dall'informazione nel credere che in fondo la guerra è normale amministrazione, almeno per alcuni paesi, o che in fondo se in un attentato o in uno scontro muoiono poche persone è mal di poco. La morte è sempre un'esperienza devastante, chiunque siano le vittime e chiunque siano i superstiti, dovunque si abbatta e per qualunque motivo si abbatta. 

Eppure l'uomo cerca sempre di reagire, anche in trincea, anche nelle situazioni di disperazione più nera in cui la propria identità e la propria vita diventano immagini sfuocate perché la vista ed il cuore sono intrisi di dolore e distruzione. Lo esprime bene Ungaretti quando ci fa conoscere i legami che nascono tra soldati, divenuti fratelli per combattere l'isolamento e la solitudine, per avere spalle a cui appoggiarsi nel sopportare quella tremenda vita-non-vita, e per darsi a vicenda uno spiraglio di umanità, una fiammella di sentimento che non faccia pietrificare il cuore, la capacità di sentire affetto e riceverlo.

Quante volte noi che viviamo una più o meno serena quotidianità, che vediamo scorrere le nostre giornate con piccoli dispiaceri e qualche vittoria ma senza grossi sconvolgimenti interni o esterni, ci fermiamo a pensare alla fortuna di cui possiamo godere e della preziosità di quei legami affettivi che, pur se imperfetti ci fanno sentire coccolati, compresi, non soli?

Per Ungaretti le parole sono sacre e nelle sue poesie brevi, fulminee ma profonde va alla minuziosa ricerca dei termini esatti che riescano ad esprimere realmente quello che ha dentro, così da tirar fuori da se stesso quei pesi emozionali e gettarli sulla pagina scritta per sentirne sollievo. I versi liberi, essenziali, assoluti e scarnificati da ogni elemento inutile ci riconducono al nostro sentire più primitivo, alla meditazione sui valori più importanti che dovrebbero alimentare il nostro vivere ed il nostro essere.
" Stando tra i morti non c'era tempo: bisognava dire delle parole decise, assolute, ecco allora la necessità di [...] ripulirsi della retorica, di non dire quello che non era necessario " ( Giuseppe Ungaretti)
E noi che peso diamo alle parole?

Ognuno di noi ha l'occasione di gettare le proprie sofferenze nei vuoti che l'autore lascia a nostra disposizione, ma ha anche la responsabilità di dar voce interiore a quegli stessi silenzi, negli spazi muti che imbiancano il ritmo sincopato della lettura.
E' una poesia che dev'essere interiorizzata, fatta propria ed elaborata lasciando che i nostri patimenti si accomunino a quelli dell'autore, così da gettarli insieme a lui sulla carta stampata e sentirne simile sollievo.

La lettura può essere una scorciatoia per riuscire a dar voce a ciò che sento dentro ma non riesco a spiegare, a razionalizzare ed esprimere all'esterno - o forse neppure a me stessa -. Questo è una delle ragioni più profonde ed importanti per cui la lettura è così fondamentale per me, nonché uno dei motivi per cui tutti dovrebbero avvicinarsi a questa attività che fa bene non solo alla mente ma anche allo spirito. 

Con affetto,
Irene